Dal numero 44 di A6 Fanzine, intervista a Barbara Rossi, a cura di Sara Di Carlo
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Le ricette della cucina casalinga giapponese per creare i personaggi dello Studio Ghibli di Hayao Miyazaki e Isao Takahata… e mangiarseli!
Come realizzarli? Ce lo racconta Barbara Rossi, l’autrice del libro, in questa intervista.
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Barbara Rossi + Azuki IN CUCINA CON I PERSONAGGI DELLO STUDIO GHIBLI Bento: la cucina giapponese prende forma cm 16,5×24, 160 pagine, colore, ISBN 9788885457836 |
Barbara Rossi - Nasce dall’incontro tra due passioni che mi accompagnano da anni: il Giappone e la sua cultura, e l’animazione, in tutte le sue forme, con un’attenzione particolare al lavoro di Hayao Miyazaki.
A un certo punto mi sono chiesta se esistesse un modo per unirle in un libro illustrato, capace di proporre ricette accessibili anche a chi ha poca esperienza in cucina e, allo stesso tempo, piacevole da sfogliare. Il bento è un oggetto quotidiano, all’apparenza semplice, che in Giappone racchiude una tradizione in cui la necessità del pranzo al sacco si unisce alla cura dei dettagli.
Nel caso dei charabento poi, entra in gioco anche un legame diretto con la cultura pop, un altro dei miei interessi.
SDC - Il Bento è l'equivalente (più o meno) del nostro pranzo al sacco, la classica “schiscetta”, ma con una cura ai dettagli incredibile. In Giappone si mangia prima con gli occhi e poi si assapora?
Barbara Rossi - In parte sì, ma non è solo una questione estetica.
In Giappone l’aspetto del cibo conta davvero: è un modo per comunicare attenzione, rispetto e cura verso chi riceve il pasto. I colori, le forme, la disposizione degli ingredienti e persino lo spazio tra un elemento e l’altro hanno un senso.
Si mangia anche con gli occhi, ma è qualcosa che fa parte del pasto stesso, non un’aggiunta.
SDC - Come si prepara un tradizionale bento? Quanto è semplice o complessa è la sua preparazione?
Barbara Rossi - Un bento tradizionale è piuttosto semplice da preparare: riso, una proteina, una o due verdure, qualcosa di marinato o conservato.
La parte più complessa arriva quando si inizia a lavorare sulla presentazione, sulla decorazione e su come organizzare lo spazio nella scatola. È un processo che richiede metodo e anche un po’ di progettazione, perché bisogna imparare a immaginarlo prima. E, soprattutto, serve molta pazienza.
SDC - In questo volume sono racchiusi, dunque, i bento kyaraben o charaben, ossia quelli ispirati ai personaggi nei film dello Studio Ghibli. In che modo ti sei documentata per la realizzazione e la ricerca?
Barbara Rossi - Sono sempre stata affascinata dai charaben, così ho iniziato a sperimentare un po’ per conto mio, senza un progetto vero e proprio.
All’inizio guardavo quelli realizzati da persone più esperte e provavo a riprodurre quello che vedevo, poi, poco alla volta, ho preso confidenza e ho capito come evitare che tutto ‘smottasse’ e come abbinare il cibo per rendere il risultato più appetitoso.
L’idea di abbinarli ai personaggi dello Studio Ghibli è arrivata dopo, e il primo esperimento è stato il bento di Totoro. Mi sono divertita a realizzarlo e il risultato è stato superiore alle aspettative. Diciamo che da lì ci ho preso gusto e, alla fine, è nato il libro.
SDC - Qual è il tuo bento preferito?
Barbara Rossi - Totoro è stato il primo che ho realizzato, ed è quello che mi ha fatto decidere di scrivere il libro. La sua forma è semplice: bastano pochi particolari per riconoscere il personaggio.
Il corpo è una polpetta di riso, un modello facile anche per chi è alle prime armi in cucina.
SDC - Quale bento suggeriresti per iniziare a realizzarne uno?
Barbara Rossi - A costo di ripetermi, consiglio di partire da Totoro proprio per la sua semplicità , oppure dal Gattobus: anche in questo caso la forma base è una polpetta.
All’inizio conviene evitare composizioni troppo affollate o personaggi pieni di minuscoli dettagli, perché si rischia di scoraggiarsi subito. La cosa più importante è prendere confidenza con i materiali e con l’assemblaggio.
Il primo bento non deve essere perfetto: deve essere soprattutto divertente da preparare e, perché no, anche buono da gustare.
SDC - Qual è l'ingrediente più difficile da cucinare o ricercare?
Barbara Rossi - Più che un singolo ingrediente, spesso la difficoltà sta nel trovare prodotti della qualità giusta: alcuni tipi di riso, le alghe, molti condimenti che in Giappone si trovano ovunque e che da noi richiedono un po’ più di ricerca, soprattutto se non si abita in grandi centri urbani.
Dal punto di vista della preparazione, gli ingredienti più delicati sono quelli che devono mantenere la forma e allo stesso tempo restare buoni da mangiare.
Proprio il riso, per esempio, sembra la cosa più semplice, e invece è l’elemento su cui si regge tutto: se non è cotto e condito nel modo giusto, non resta compatto e rischia di compromettere la stabilità di tutta la composizione.
SDC - Qual è il tuo rapporto con il Giappone?
Barbara Rossi - Mentre frequentavo le scuole elementari e poi le medie è iniziata in Italia l’invasione degli anime, e l’ho vissuta in prima persona.
Poi insieme ad Andrea Baricordi, Massimiliano De Giovanni e Andrea Pietroni (coi quali in futuro avremmo formato i ‘Kappa boys’) abbiamo iniziato a produrre fanzine su anime e manga come “Anime Fubun”, “Anime” e “MangaZine”, e da lì è arrivato il lavoro: prima grazie all’incontro con Granata Press, con cui ho portato i manga in Italia all’inizio degli anni ’90 insieme ai miei tre amici/colleghi, poi con Star Comics, quando abbiamo fatto in modo che il mercato del manga si consolidasse grazie a “Kappa Magazine” e a innumerevoli serie manga, dalle più note come “Dragon Ball” e “One Piece” a quelle completamente sconosciute; e infine con la mia casa editrice, Kappalab, sempre insieme ai miei tre soci storici.
Diciamo che è una frequentazione costante, e che buona parte della mia attività editoriale nasce proprio da qui, dal desiderio di raccontare il Giappone al pubblico italiano.
SDC - Qual è il tuo film dello Studio Ghibli preferito?
Barbara Rossi - Domanda difficilissima. Se devo sceglierne uno per forza, allora La città incantata.
È uno di quei film che, ogni volta che lo rivedi, ti fa scoprire qualcosa che non avevi notato prima.
SDC - I Kappa Boys hanno aperto la via per i manga in Italia: qual è l'impulso che ha dato via a questa fortunata intuizione? Cosa è cambiato da allora?
Barbara Rossi - A differenza degli esperti di settore e degli editori dell’epoca, eravamo convinti che il fumetto giapponese dovesse avere anche in Italia un posto accanto agli altri.
Ne sentivamo la necessità dopo un’infanzia passata davanti alla televisione, e scoprire che quelle immagini avevano alle spalle, nella maggior parte dei casi, un’opera a fumetti, ci ha fatto venire voglia prima di leggerla noi per primi, e poi di permettere anche agli altri appassionati di fare lo stesso.
C’era un serbatoio enorme da scoprire e da cui attingere, e volevamo farlo conoscere a chi, come noi, era cresciuto guardando cartoni animati, ma anche ai più giovani che si stavano riavvicinando al fumetto dopo anni in cui, a parte Dylan Dog, in Italia c’era davvero poco altro di nuovo, in edicola.
Da allora è cambiato tutto. I manga sono passati da oggetto di nicchia a presenza centrale nell’editoria (oggi li pubblicano anche coloro che tre decenni fa li criticavano aspramente) e nell’immaginario delle nuove generazioni.
All’inizio bisognava quasi spiegare che cosa fosse un manga; oggi, semmai, il problema è aiutare il pubblico a orientarsi nella mole (forse eccessiva) di proposte mensili.
SDC - Stai lavorando a qualche altro progetto che sarà a breve a disposizione?
Barbara Rossi - Sto lavorando a un nuovo libro, che però non sarà sulla cucina.
Continuerà a proporre uno sguardo giapponese, ma su un argomento diverso, a cui tengo molto.
Sarà una delle novità della prossima Lucca Comics.
Per ora non dico altro, ma spero che l’argomento, proprio per la sua trasversalità , possa interessare lettori diversi, non solo quelli legati all’immaginario nipponico.


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